Tre anni di rivoluzioni, investimenti importanti, allenatori e giocatori cambiati. Dopo lo 0-3 e la contestazione delle curve, forse la domanda non è soltanto chi abbia sbagliato stasera. Ma perché, da anni, il Catania sembra rendere meno della somma dei suoi valori.
«A Catania non si passeggia».
«Rispettate la maglia che indossate».
Le parole arrivate dalle curve al termine dello 0-3 fanno rumore. E sarebbe difficile aspettarsi il contrario.
Tre gol subiti in casa, nessuno realizzato. Una difesa in enorme difficoltà, un centrocampo capace di gestire a lungo il pallone senza riuscire a trasformare quel possesso in pericolosità, un attacco che continua a sollevare interrogativi.
Il Catania gioca male.
Possiamo discutere delle cause, delle attenuanti e delle responsabilità. Ma negare ciò che si sta vedendo sarebbe inutile.
Eppure forse, proprio dopo una serata così, la cosa più semplice da fare sarebbe anche quella meno interessante: trovare un colpevole.
Longo? I giocatori? Il mercato? La preparazione? La società?
Noi vogliamo provare a fare una domanda diversa.
E se il problema del Catania fosse più profondo dell’allenatore di turno o degli undici scesi in campo stasera?
Una storia che sembra ripetersi
Bisogna allargare l’inquadratura.
Il Catania è tornato tra i professionisti con ambizioni enormi. Da allora sono cambiate rose, allenatori, direttori sportivi e strategie.
Sono arrivati calciatori con curriculum importanti. Tecnici che conoscevano perfettamente la categoria. Sono stati effettuati investimenti considerevoli.
Eppure troppo spesso ci siamo ritrovati nello stesso punto: a chiederci perché una squadra costruita con valori individuali apparentemente importanti non riesca a trasformarli con continuità in un valore collettivo altrettanto importante.
C’è poi un fenomeno che, almeno, merita di essere osservato.
Prendiamo Cosimo Chiricò. Prima di Catania aveva realizzato 14 reti con il Crotone. L’esperienza rossazzurra non mantenne le enormi aspettative con cui era arrivato; successivamente, al Casarano, è tornato a produrre numeri offensivi importanti.
Oppure Emanuele Cicerelli.
Nella prima parentesi catanese realizza appena un gol in campionato. Parte per Terni e succede qualcosa di impressionante: 19 reti con la Ternana e titolo di capocannoniere del Girone B.
Poi torna a Catania.
E ancora Salvatore Caturano: 19 gol nell’ultima stagione completa al Potenza prima dell’esperienza rossazzurra; a Catania, anche a causa di una situazione fisica complicata che sarebbe scorretto ignorare, il rendimento realizzativo crolla.
Possiamo aggiungere Samuel Di Carmine: otto reti con il Catania nel 2023/24, quattordici nella stagione successiva a Trento.
Non significa che “a Catania diventano tutti scarsi”.
Sarebbe una conclusione semplicistica e, soprattutto, falsa. Esistono controesempi e ogni calciatore ha una storia diversa.
Ma quando alcuni casi cominciano ad accumularsi, una domanda diventa legittima:
Perché negli ultimi anni Catania sembra avere così tanta difficoltà nel valorizzare pienamente giocatori che altrove hanno dimostrato di poter fare la differenza?
Nemmeno il “Cannibale” è bastato
E non riguarda soltanto i calciatori.
A Catania abbiamo provato progetti tecnici differenti.
Abbiamo avuto Tabbiani, Lucarelli, Zeoli. Poi è arrivato Domenico Toscano.
Non uno qualunque.
Un allenatore che si era costruito la reputazione di specialista delle promozioni e che arrivava dal campionato dominato alla guida del Cesena.
Il “Cannibale”.
A Catania, però, nemmeno il Cannibale è riuscito a ottenere quella promozione che la piazza aspettava.
Abbiamo cambiato anche uomini mercato e strategie. Antonello Laneri, protagonista della costruzione della squadra della promozione dalla Serie D, è stato successivamente sollevato dall’incarico. È arrivato Daniele Faggiano, dirigente con esperienze e curriculum importanti.
Ancora cambiamenti.
Ancora investimenti.
Ancora una volta, niente Serie B.
E allora diventa difficile sostenere che, ogni volta, il problema possa essere soltanto l’ultimo uomo seduto sulla panchina.
I soldi? Pelligra li ha messi
C’è poi un argomento sul quale bisogna essere intellettualmente corretti.
Si può criticare la gestione Pelligra per tantissime cose. Ma sostenere semplicemente che la proprietà non abbia investito sarebbe difficile.
Nel maggio 2026, dopo un incontro tra il patron e il sindaco Enrico Trantino, il Comune parlò di circa 40 milioni di euro investiti complessivamente dalla proprietà in quattro anni, comprendendo anche operazioni che vanno oltre la costruzione della rosa e gli ultimi investimenti legati a Torre del Grifo.
Attenzione: non significa 40 milioni spesi in calciomercato.
Significa però che questo progetto è costato moltissimo.
E allora la domanda forse diventa ancora più scomoda:
Se il problema non è semplicemente mettere soldi, siamo sicuri che il problema non sia come costruire una direzione attraverso quei soldi?
Perché una società può acquistare ottimi calciatori.
Ma undici ottimi calciatori non costituiscono automaticamente un’ottima squadra.
Il PSG insegna qualcosa, pur con tutte le differenze
Il paragone è volutamente enorme e le proporzioni economiche sono incomparabili. Ma il principio calcistico può essere interessante.
Per anni il Paris Saint-Germain ha inseguito la Champions costruendo squadre piene di superstar. Neymar, Messi, Mbappé e tanti altri.
Ha dominato in Francia, ha speso cifre gigantesche, ma il grande obiettivo europeo continuava a sfuggire.
Poi la filosofia è cambiata.
Non perché il PSG abbia improvvisamente smesso di spendere o abbia iniziato a giocare con undici sconosciuti: sarebbe falso raccontarla così.
È cambiata soprattutto la centralità del progetto.
Luis Enrique, un’identità precisa, giocatori scelti maggiormente per essere funzionali a quell’identità e un collettivo nel quale il nome sulla maglia conta meno di ciò che quel giocatore porta al sistema.
E sono arrivati i risultati europei che Parigi inseguiva da anni.
Le proporzioni con Catania sono siderali.
Ma la domanda può essere la stessa.
Serve davvero un altro “nome”?
Chiricò. Di Carmine. Caturano. Adesso Massimo Coda.
Giocatori arrivati a Catania con carriere e numeri che non avevano bisogno di presentazioni.
Ma siamo sicuri che questa debba continuare a essere necessariamente la strada?
Forse il Catania non ha bisogno di smettere di acquistare giocatori esperti.
Ha bisogno di smettere di pensare che il curriculum possa sostituire il progetto.
Un Coda può essere fondamentale in Serie C. Un veterano può trascinare uno spogliatoio e decidere una stagione.
Ma dovrebbe essere un tassello della costruzione, non la costruzione stessa.
Forse sarebbe arrivato il momento di chiedersi se una parte maggiore delle risorse non debba essere investita su giocatori più giovani, affamati, con margini di crescita e soprattutto scelti perché compatibili con il calcio dell’allenatore.
E qui arriviamo al punto forse più importante.
Qual è il progetto del Catania?
Non è una provocazione.
È una domanda.
Se domani Ross Pelligra convocasse una conferenza stampa e dicesse:
Abbiamo scelto un allenatore e crediamo nelle sue idee. Costruiremo una rosa progressivamente più giovane, affiancandole l’esperienza necessaria. Non vi promettiamo la Serie B immediatamente: vi promettiamo un percorso serio con l’obiettivo di arrivarci entro tre anni.
Cosa accadrebbe?
Probabilmente una parte della tifoseria sarebbe delusa.
Ma almeno saprebbe cosa sta aspettando.
Ed è qui che società e tifosi, secondo noi, devono incontrarsi.
Per avere pazienza bisogna sapere cosa si sta aspettando.
Se ogni estate l’aspettativa percepita è quella dell’anno buono, della squadra costruita per vincere e dell’assalto alla Serie B, è inevitabile che ogni fallimento venga vissuto come un disastro.
E quando dopo tre giornate arriva uno 0-3 in casa, quella pressione accumulata esplode.
Non nasce tutta in novanta minuti.
Le curve avevano già avvertito la squadra
Quanto accaduto al termine della partita non nasce dal nulla.
IDopo la precedente sconfitta contro l’Inter U23, le curve avevano già fatto arrivare un messaggio molto chiaro alla squadra: perdere può succedere, ma bisognava reagire.
Adesso il tono è cambiato.
«A Catania non si passeggia».
«Rispettate la maglia che indossate».
Il rapporto tra squadra e tifoseria non è necessariamente rotto.
Ma certamente comincia a scricchiolare.
E sui social c’è già chi chiede la testa di Longo.
Ma cacciare Longo oggi risolverebbe qualcosa?
Longo ha responsabilità.
Se la squadra non produce gioco, se il possesso rimane sterile, se alcuni meccanismi non funzionano e se il Catania appare così fragile, l’allenatore non può essere escluso dal dibattito.
Ma siamo alla terza giornata.
Nuovo allenatore. Tanti nuovi calciatori. Nuovi principi. Uno spogliatoio che deve ancora diventare un gruppo.
Cambiare nuovamente tutto potrebbe realmente risolvere il problema?
Oppure rischierebbe di riprodurre esattamente quel meccanismo che accompagna il Catania ormai da anni?
Nuovo allenatore. Nuovo mercato. Nuova rivoluzione. Nuove aspettative. Prime difficoltà. Nuova contestazione. E poi si ricomincia.
Forse Longo fallirà.
Forse tra qualche mese saremo noi stessi a sostenere che qualcosa debba cambiare.
Ma giudicare definitivamente un progetto dopo tre giornate significa anche accettare che un progetto non abbia materialmente il tempo di diventare tale.
E questo vale anche per noi tifosi.
Nessuno può tirarsi completamente fuori
La società deve spiegare meglio dove vuole andare e come intende arrivarci.
Chi costruisce la rosa deve creare una squadra, non una collezione di curriculum.
L’allenatore deve dimostrare sul campo che dietro il possesso del pallone esista un’idea capace di produrre calcio e occasioni.
I giocatori devono comprendere che indossare questa maglia comporta una pressione particolare e che prestazioni come quella vista contro il Savoia non possono diventare normalità.
E anche la tifoseria deve decidere cosa vuole.
Perché non possiamo contemporaneamente chiedere un progetto a lungo termine e pretendere la testa dell’allenatore alla terza giornata.
Tempo e pazienza non significano rassegnazione.
Significano concedere a una direzione il tempo necessario per dimostrare se funziona.
Ma prima serve proprio quella:
una direzione.
Forse il Catania non ha bisogno dell’ennesima rivoluzione. Ha bisogno di sapere chi vuole diventare.
Dopo anni di investimenti, giocatori importanti, allenatori diversi, direttori diversi e rose continuamente modificate, lo 0-3 può diventare l’ennesimo punto di partenza per cercare un nuovo colpevole.
Oppure può costringerci a formulare finalmente una domanda più grande.
Perché il Catania continua così spesso a rendere meno della somma dei propri valori?
Noi una risposta certa non ce l’abbiamo.
Ed è proprio per questo che stavolta vogliamo chiederla a voi.
Dov’è il problema?
Nella programmazione societaria?
Nel modo in cui viene costruita la rosa?
Negli allenatori scelti?
Nella pressione di una piazza che vuole vincere subito?
Nella comunicazione tra società e tifoseria?
O in un insieme di tutte queste cose?
E soprattutto:
Se domani il Catania vi proponesse davvero un progetto di tre anni, con un allenatore da proteggere, più giovani da sviluppare e meno rivoluzioni, sareste disposti ad aspettare?
Oppure a Catania, dopo tre anni di attesa, il tempo della pazienza è già finito?
Ditecelo nei commenti. Stavolta il dibattito lo lasciamo a voi.
