Zero punti. Un gol segnato, quattro subiti. Una squadra che alla prima difficoltà smette di giocare e una penalizzazione che deve ancora arrivare. Dopo Monopoli-Catania 2-0 il problema non può più essere nascosto dietro una partita storta. Catania pretende risposte. Da tutti.
Il problema non è aver perso a Monopoli.
Il problema è come il Catania ha perso a Monopoli.
Perché per diciotto minuti il Catania aveva persino dato l’impressione di esserci. Aveva approcciato la partita, aveva provato a giocare, aveva occupato la metà campo avversaria e costruito qualche situazione interessante.
Poi, al 18’, Garritano ha segnato l’1-0.
E il Catania è sparito.
Non sconfitto. Sparito.
Come se un gol subito fosse sufficiente per cancellare convinzioni, idee e personalità. Come se trovarsi sotto di una rete alla seconda giornata di campionato fosse una montagna impossibile da scalare.
Ed è proprio questo l’aspetto più preoccupante della serata di Bari.
La Curva aveva chiesto una cosa sola
Dopo la sconfitta contro l’Inter U23, il popolo rossazzurro non aveva chiesto miracoli.
Non aveva chiesto proclami.
Non aveva chiesto la Serie B ad agosto.
Aveva chiesto un segnale.
Una reazione.
Una squadra capace di dimostrare che quella maglia pesa, sì, ma deve pesare soprattutto sugli avversari. Una squadra capace di cadere e rialzarsi.
La risposta arrivata contro il Monopoli è stata esattamente quella che Catania non voleva vedere.
Dopo l’1-0, paura.
Errori.
Confusione.
Poca personalità.
E dopo il 2-0 di Greco nella ripresa, praticamente il nulla.
Il Monopoli ha vinto meritatamente. Il Catania ha perso molto più di tre punti.
Ha perso un’altra occasione per riconquistare un minimo di fiducia.
E stavolta lo dice anche Longo
La cosa forse più significativa è che, stavolta, non sono soltanto i tifosi o chi osserva il Catania dall’esterno a vedere qualcosa che non funziona.
Lo stesso Emilio Longo, nel dopopartita, ha pronunciato parole pesantissime.
Il tecnico ha ammesso che questa squadra «non rispecchia la mia cultura calcistica», sottolineando come il Catania non stia facendo progressi e non riesca a reagire alle difficoltà.
Longo ha parlato proprio dei primi diciotto minuti, definiti ottimi, prima di un gol che ha completamente cambiato il volto della squadra.
E poi una frase che fotografa perfettamente quello che tutti hanno visto:
«È una squadra che reagisce poco».
Il tecnico ha persino chiesto scusa per un inizio di stagione che nessuno avrebbe immaginato così.
Parole apprezzabili per sincerità.
Ma anche tremendamente preoccupanti.
Perché se dopo due giornate l’allenatore arriva pubblicamente ad ammettere che la squadra non rappresenta la sua idea di calcio e che non riesce a reagire, allora la questione non può più essere ridotta a qualche automatismo ancora da assimilare.
Qui bisogna capire perché.
Perché una squadra costruita per Emilio Longo non rispecchia Emilio Longo?
Perché reagisce così poco?
Perché basta andare sotto per perdere certezze?
E soprattutto: quanto tempo servirà per trovare quelle risposte che Catania sta aspettando?
E dalla panchina non è arrivato praticamente nulla
Poi ci sono le sostituzioni.
Perché se il Catania era chiamato a reagire dopo essere andato sotto, dalla panchina ci si sarebbe aspettati qualcosa in grado di cambiare ritmo, inerzia e soprattutto atteggiamento della partita.
Non è successo.
Bruzzaniti nel primo tempo non aveva certamente disputato una partita memorabile. Era stato poco incisivo e spesso prevedibile, insistendo su una giocata molto simile.
Ma almeno quella giocata riusciva.
Provava l’uno contro uno, cercava di creare superiorità e dava comunque la sensazione di poter produrre qualcosa.
Nella ripresa al suo posto è entrato Michael Liguori.
E il salto indietro è stato evidente.
Palloni persi, giocate sbagliate, pochissima capacità di incidere. Bisogna arrivare praticamente alla parte conclusiva della partita per ricordare un dribbling completato.
Troppo poco.
Soprattutto per un calciatore chiamato a entrare dalla panchina quando la propria squadra sta perdendo e ha disperatamente bisogno di qualcuno capace di accendere la partita.
E non è andata molto meglio con Leonardi.
Entrato nella ripresa, avrebbe dovuto aggiungere freschezza e pericolosità.
Il risultato?
Praticamente invisibile.
Ed è proprio qui che nasce un’altra domanda inevitabile: quando gli uomini scelti inizialmente da Longo non riescono più a incidere, quanto è realmente profonda questa rosa?
Perché avere alternative numericamente non significa necessariamente avere alternative dello stesso livello.
E a Monopoli la sensazione è stata esattamente questa: il Catania ha effettuato delle sostituzioni, ma la partita non è cambiata.
Anzi.
Russo almeno ci prova. Ma il Catania lo sfrutta davvero?
In mezzo a pochissimo da salvare, una delle rare note quantomeno incoraggianti porta il nome di Flavio Russo.
Non ha segnato.
Non ha risolto la partita.
Ma almeno ha provato a fare il centravanti.
Ha combattuto, cercato profondità e soprattutto ha mostrato una caratteristica che potrebbe diventare molto importante per questo Catania: riesce ad attirare su di sé i difensori avversari.
Ed è proprio qui che nasce un interrogativo tattico.
Il Catania sta utilizzando davvero Russo nel modo migliore?
Perché un centravanti capace di impegnare uno o due difensori può diventare fondamentale non soltanto per i gol che realizza, ma per gli spazi che riesce ad aprire intorno a sé.
Spazi nei quali dovrebbero infilarsi gli altri.
Cicerelli compreso.
E invece troppo spesso sembra accadere il contrario.
Il Catania cerca continuamente Cicerelli come se ogni azione offensiva dovesse necessariamente passare dai suoi piedi.
Palla a Cicerelli.
Ancora Cicerelli.
Di nuovo Cicerelli.
Gli avversari ormai lo sanno.
Lo aspettano.
Lo raddoppiano.
Gli tolgono spazio.
E pretendere che sia sempre lui a inventare qualcosa significa rendere prevedibile proprio il giocatore dal quale ci aspettiamo l’imprevedibilità.
Forse bisognerebbe ribaltare il concetto.
Non utilizzare Russo per liberare Cicerelli dopo aver già consegnato il pallone a Cicerelli. Utilizzare Russo per muovere la difesa prima, creare lo spazio e permettere poi a Cicerelli e agli altri uomini offensivi di attaccarlo.
Russo dovrebbe diventare maggiormente il riferimento attorno al quale costruire l’azione offensiva.
Il centravanti attira i difensori.
Gli altri occupano gli spazi.
Sembra elementare.
A Monopoli, invece, il Catania ha continuato troppo spesso a cercare la soluzione più leggibile.
E quando quella soluzione veniva neutralizzata, sembrava non esserci un piano B.
E proprio Cicerelli ha acceso l’incubo
Poi il calcio sa essere crudele.
Perché proprio uno degli uomini tecnicamente più importanti del Catania è stato protagonista dell’episodio dal quale è nato il vantaggio del Monopoli.
Un brutto retropassaggio di Cicerelli ha dato origine all’azione che ha portato Garritano al gol dell’1-0.
Un errore.
Può capitare.
Il problema vero viene dopo.
Perché una squadra che vuole vincere un campionato, dopo un errore del genere, prende il pallone e prova immediatamente a rimettere la partita in piedi.
Il Catania no.
Il Catania ha subito il gol quando mancava ancora una quantità enorme di partita da giocare.
Non eravamo all’85’.
Non eravamo nei minuti di recupero.
Eravamo ancora nella prima parte del primo tempo.
C’era praticamente un’intera partita davanti.
Eppure, da quel momento, è sembrato che il Catania stesse difendendo una sconfitta già scritta.
È questo che preoccupa molto più dell’errore tecnico di Cicerelli.
Il retropassaggio sbagliato ha prodotto un gol. La reazione inesistente ha prodotto la sconfitta.
Ed è una differenza enorme.
Perché un errore individuale si corregge.
Una giocata sbagliata può capitare anche al calciatore migliore.
Ma una squadra che dopo essere andata sotto smette di credere nella partita ha un problema molto più profondo.
Tecnico.
Tattico.
Ma soprattutto mentale.
Ed è esattamente per questo che le parole pronunciate da Longo nel dopopartita fanno ancora più rumore.
Se persino l’allenatore dice che questa è una squadra che «reagisce poco», Monopoli non può essere archiviata come una semplice serata negativa.
Perché ieri quella mancanza di reazione l’abbiamo vista tutti.
Di Marco, un’altra preoccupazione: Longo non nasconde il timore
Come se i problemi mostrati a Bari non fossero già sufficienti, il Catania è tornato dalla trasferta contro il Monopoli anche con un’altra preoccupazione: le condizioni di Tommaso Di Marco.
Il centrocampista rossazzurro è stato costretto ad abbandonare il terreno di gioco al 40’ del primo tempo, lasciando il posto a Corbari per un problema al ginocchio.
E stavolta le parole pronunciate da Emilio Longo nel dopopartita non invitano particolarmente all’ottimismo.
Il tecnico ha spiegato che Di Marco dovrà sottoporsi a una risonanza magnetica e ha ammesso che «non abbiamo delle belle sensazioni», raccontando la sensazione di un possibile cedimento del ginocchio.
Adesso saranno soltanto gli accertamenti strumentali a stabilire l’effettiva entità del problema. Fino ad allora sarebbe sbagliato formulare diagnosi o ipotizzare tempi di recupero.
Resta però un’altra considerazione.
Di Marco, fino al momento dell’infortunio, era stato uno dei rossazzurri più convincenti.
Lo ha riconosciuto anche Longo, sottolineando come il centrocampista avesse dato la giusta vivacità alla squadra. E la sensazione vista dal campo era esattamente quella: in quei primi minuti nei quali il Catania aveva realmente provato a giocare, Di Marco era stato uno degli elementi più dinamici.
Ma la sua eventuale assenza peserebbe anche per un’altra ragione.
Non stiamo parlando necessariamente del calciatore che, da solo, sposta gli equilibri di questa squadra. Il problema è diverso: Di Marco rappresenta una soluzione preziosa per duttilità, un elemento capace di essere utilizzato in più zone della corsia sinistra e, come visto a Bari, anche da mezzala nel centrocampo a tre.
E in una rosa che già dopo appena due giornate sta mostrando una differenza piuttosto evidente tra alcuni titolari e determinate alternative, perdere un calciatore capace di offrire più soluzioni sarebbe tutt’altro che una buona notizia.
Soprattutto adesso.
Perché quando dalla panchina non arrivano risposte sufficienti, la duttilità diventa profondità della rosa.
Ed è esattamente ciò di cui questo Catania, in questo momento, sembra avere disperatamente bisogno.
Adesso non resta che attendere l’esito degli esami.
Con la speranza che, almeno questa volta, quelle brutte sensazioni avvertite da Longo a caldo vengano smentite dagli accertamenti.
Zero punti. Ma attenzione: la classifica può diventare ancora peggiore
Dopo due giornate il Catania ha zero punti.
Un gol realizzato.
Quattro subiti.
Ma bisogna fare una precisazione importante.
Il Catania, allo stato attuale, non è ultimo da solo nella classifica reale del Girone C, perché il Crotone sta già scontando una penalizzazione di sei punti e si trova a quota -6.
Il problema è che sulla testa del Catania pende ancora un’altra questione.
Quella della fideiussione.
Il club rossazzurro non è riuscito a rispettare la scadenza federale del 10 agosto per la garanzia relativa al monte ingaggi.
La posizione è stata regolarizzata soltanto successivamente, il 14 agosto, attraverso un versamento di 2,4 milioni di euro su un conto dedicato gestito dalla Lega Serie C.
Ma il ritardo resta.
Gli atti sono destinati alla giustizia sportiva e il Catania attende ancora di conoscere ufficialmente l’entità della penalizzazione che dovrà scontare.
E allora quei zero punti diventano ancora più inquietanti.
Perché potrebbero non rimanere zero.
Potrebbero diventare negativi.
E mentre una diretta concorrente come il Crotone è già partita con una zavorra pesantissima, il Catania rischia di avvicinarsi ulteriormente al fondo della classifica senza che gli avversari debbano fare assolutamente nulla.
Basta continuare così.
È questo il paradosso più assurdo: mentre per mesi si è parlato di ambizioni, crescita e obiettivi, dopo appena due giornate ci ritroviamo a guardare verso il basso e ad aspettare di sapere quanti punti verranno sottratti.
Altro che Serie B.
Prima bisogna cominciare a vincere le partite.
Basta alibi
Certo, siamo soltanto alla seconda giornata.
E proprio perché siamo soltanto alla seconda giornata sarebbe ridicolo decretare oggi quale sarà la posizione finale del Catania.
Ma sarebbe altrettanto ridicolo guardare questa squadra e parlare oggi di una formazione pronta a vincere il campionato.
Al momento il Catania non sembra una squadra costruita per dominare.
Non sembra una squadra costruita per ammazzare il Girone C.
Non sembra nemmeno una squadra consapevole della pressione che comporta indossare questa maglia.
Oggi campo e classifica raccontano altro: il Catania deve innanzitutto cominciare a fare punti.
Prima di parlare di promozione bisogna dimostrare di essere una squadra.
E adesso la società deve metterci la faccia
Ma sarebbe troppo semplice scaricare tutto su Emilio Longo e sui calciatori.
No.
Questa volta bisogna salire di qualche piano.
Perché questa squadra non è comparsa dal nulla.
È il risultato di una programmazione, di decisioni tecniche, economiche e societarie.
E allora le domande devono arrivare fino a chi questa società la gestisce.
Vincenzo Grella è al Catania da anni.
E dopo anni di progetto è legittimo chiedere: dove siamo arrivati?
Qual è oggi il risultato sportivo di questo percorso?
Dov’è quella crescita costante che avrebbe dovuto trasformare il Catania in una società progressivamente più forte, strutturata e pronta al salto di categoria?
Non basta più parlare di progetto.
Un progetto, prima o poi, deve produrre risultati.
E Catania non può vivere eternamente aspettando il prossimo mercato, il prossimo allenatore, la prossima stagione, il prossimo gennaio.
Perché gli anni passano.
E la pazienza finisce.
E quando a tutto questo si aggiunge anche una scadenza federale non rispettata, con una penalizzazione ancora da quantificare, la domanda sulla qualità della gestione diventa ancora più inevitabile.
Non stiamo più parlando soltanto di undici calciatori che giocano male.
Stiamo parlando di responsabilità societarie.
Presidente Pelligra, Catania vuole sentirla
E poi c’è Ross Pelligra.
Il proprietario.
Il presidente.
L’uomo dal quale dipende, inevitabilmente, il futuro del Catania.
Anche qui bisogna essere chiari: la città ha bisogno di sentire la voce del proprio presidente soprattutto quando le cose vanno male.
Non soltanto nei momenti delle inaugurazioni, dei progetti o delle prospettive future.
Catania vuole sapere quale sia oggi l’ambizione reale della proprietà.
Vuole sapere dove vuole portare questa squadra.
Vuole capire quali siano le risorse che si intendono investire per renderla competitiva.
Vuole conoscere con chiarezza tempi, programmi e prospettive di Torre del Grifo.
E soprattutto vuole vedere una proprietà presente.
Perché dietro questa squadra ci sono migliaia di persone che, ancora una volta, hanno dato fiducia al Catania.
Persone che pagano un abbonamento, comprano una maglia, riempiono il Massimino, organizzano la propria vita attorno a una partita e continuano a esserci nonostante anni di delusioni.
Quella gente merita almeno una cosa:
chiarezza.
Catania si è stancata di aspettare
Questo è forse il punto che da una stanza dirigenziale è difficile comprendere fino in fondo.
Catania non è arrabbiata soltanto per Monopoli-Catania 2-0.
Catania è stanca.
Stanca di aspettare.
Stanca di sentir parlare di tempo.
Stanca di stagioni iniziate con entusiasmo e terminate con l’ennesima spiegazione.
E quest’anno c’è persino qualcosa di peggiore.
Negli anni precedenti almeno si partiva.
Poi arrivavano i problemi.
Questa volta, dopo due giornate, il Catania non è ancora partito.
Zero punti sul campo.
Una penalizzazione ancora da quantificare.
E soprattutto pochissimi segnali ai quali aggrapparsi.
Non è una sentenza sul campionato.
È un allarme.
E ignorarlo sarebbe irresponsabile.
Adesso servono risposte. Non parole
Il mercato deve ancora chiudersi.
Bene.
Allora intervenite.
La squadra ha bisogno di essere completata?
Completatela.
Ci sono lacune?
Colmatele.
Ci sono calciatori che non sono funzionali al progetto?
Prendete decisioni.
Ma soprattutto smettetela di chiedere tempo a una città che di tempo ne ha già concesso tantissimo.
Perché questa piazza non pretende la Serie A domani mattina.
Pretende però di capire dove state portando il Catania.
E se l’obiettivo della proprietà è davvero costruire un club capace di tornare nel calcio che conta, allora è arrivato il momento di dimostrarlo con i fatti.
Investimenti.
Programmazione.
Competenza.
Presenza.
Risultati.
Se invece questo progetto non rappresenta più una priorità, se le ambizioni sono cambiate, se non esiste più la volontà di sostenere economicamente e sportivamente una società chiamata Catania, allora bisogna avere il coraggio di dirlo.
E se la proprietà non intende più portare avanti questo progetto con le ambizioni che questa piazza merita, allora abbia altrettanto coraggio nel fare un’altra cosa:
liberare il Catania.
Perché una città intera non può rimanere ostaggio dell’attesa.
Catania non chiede favori
Questa piazza ha già dimostrato cosa è disposta a dare.
Lo dimostra ogni volta che il Massimino apre i cancelli.
Lo dimostra dopo una retrocessione.
Dopo un fallimento.
Dopo una sconfitta.
Lo dimostra ogni volta che migliaia di persone tornano lì.
Ancora.
E ancora.
E ancora.
Adesso tocca agli altri.
A Grella.
Alla dirigenza.
Alla squadra.
A chi prende le decisioni.
E soprattutto alla proprietà.
Catania non chiede favori. Pretende rispetto per quello che rappresenta.
La sconfitta di Monopoli può essere cancellata.
Siamo alla seconda giornata e il campionato è lunghissimo.
Ma proprio per questo il momento di reagire è adesso.
Non a gennaio.
Non a marzo.
Non quando sarà troppo tardi.
Adesso.
Perché la pazienza della piazza non è infinita.
E questa volta Catania non vuole l’ennesima promessa.
Vuole una risposta.
