Due punti in tre giornate. Nessuna vittoria. Sette reti incassate.
A una lettura frettolosa, la Scafatese che sabato pomeriggio entrerà al Massimino potrebbe sembrare l’avversario ideale per un Catania chiamato a dare continuità al roboante 4-0 inflitto al Cosenza.
Eppure è proprio da quei numeri che sarebbe meglio diffidare.
Perché dentro il 2-2 conquistato domenica a Caserta c’è una squadra diversa da quella raccontata dalla classifica. Una squadra che ha appena cambiato guida tecnica, che sta modificando alcuni principi del proprio gioco e che al Pinto ha mostrato qualcosa che il risultato finale, da solo, non riesce a spiegare.
Ed è da lì che bisogna partire.
Non dal 2-2.
Ma da come ci è arrivata.
Una Scafatese in piena trasformazione
L’avvio di campionato dei campani è stato tutt’altro che semplice.
Il 3-3 sul campo del Giugliano alla prima giornata aveva già mostrato due volti: una squadra vulnerabile, capace di andare sotto 3-1, ma anche sufficientemente viva da rimontare fino al pareggio. In quella partita Giovanni Ferraro partì dal 4-3-3 per passare successivamente al 4-2-3-1.
Poi lo 0-2 interno contro il Picerno e il cambio in panchina.
La società ha affidato temporaneamente la prima squadra a Michele Facciolo, promosso dalla Primavera dopo l’esonero di Ferraro. Una soluzione interna, almeno inizialmente pensata come interim, che però porta con sé un’identità tattica tutt’altro che improvvisata.
Facciolo ha una predilezione evidente per il 4-3-3. Alla Vibonese lo utilizzò in 32 delle 34 gare di campionato 2024/25; anche nell’esperienza precedente al Città di Sant’Agata rappresentò il principale punto di riferimento tattico. Più recentemente, alla guida dell’Under 17 del Catanzaro, ha invece lavorato stabilmente sul 4-2-3-1.
Ma fermarsi ai numeretti sarebbe un errore.
Perché la prima Scafatese di Facciolo ha già mostrato quale potrebbe essere il principio destinato a contare più del sistema di gioco.
Non vuole aspettare.
Il primo indizio arriva da Caserta
Al Pinto, contro una Casertana reduce da quattro punti nelle prime due giornate, la Scafatese si è presentata con il 4-3-3.
Becchi in porta; Novella, Scognamiglio, Suhs e Guerra dietro; Proia, Tripi e Toscano a centrocampo; Palmieri, Longo ed Emmausso davanti.
La disposizione, però, racconta soltanto una parte della storia.
La Scafatese ha cercato di costruire dal basso, attirare la pressione avversaria e trovare rapidamente l’uomo libero per sviluppare l’azione. Lo staff tecnico, nel dopogara, ha sottolineato proprio questo aspetto insieme alla volontà di mantenere pressione sulla prima costruzione della Casertana.
Ed è qui che Catania-Scafatese comincia a diventare tatticamente interessante.
Perché i campani non sembrano intenzionati ad arrivare al Massimino con l’unico obiettivo di abbassare il baricentro e sopravvivere.
Almeno, non è quello che hanno fatto a Caserta.
Pressione, recupero e verticalità
Il primo tempo del Pinto offre parecchi indizi.
Dopo appena tre minuti Longo lavora un pallone centralmente e libera Emmausso. Poco dopo è ancora Longo a proteggere la sfera e innescare l’esterno. Al 6’ una transizione offensiva porta Emmausso davanti al portiere e produce un calcio di rigore, poi fallito dallo stesso attaccante.
Non sono episodi isolati.
La Scafatese ha cercato ripetutamente di recuperare palla e portarla rapidamente in avanti, sfruttando soprattutto gli spazi laterali e gli inserimenti successivi dei centrocampisti.
La presenza di un riferimento centrale capace di lavorare il pallone permette agli esterni di partire più larghi e poi convergere, mentre il centrocampo accompagna l’azione.
E quando l’avversario concede campo, la ricerca della porta diventa immediata.
È probabilmente questa la prima avvertenza per Longo:
perdere palla male contro questa Scafatese potrebbe essere più pericoloso di quanto suggerisca la classifica.
Le fasce possono diventare il vero campo di battaglia
C’è poi un secondo elemento.
L’ampiezza.
Nel calcio di Facciolo gli esterni offensivi sono chiamati ad occupare le corsie, mentre i terzini possono accompagnare l’azione creando superiorità laterale. Il tecnico ha costruito buona parte delle proprie esperienze precedenti proprio attorno a un 4-3-3 aggressivo e verticale, nel quale l’iniziativa individuale negli ultimi metri non viene soffocata da eccessive rigidità.
Contro la Casertana si sono già intravisti costruzione dal basso, cambi di gioco e ricerca dell’ingresso laterale nell’area avversaria.
Ed è proprio qui che potrebbe nascondersi una delle partite nella partita di sabato.
Il Catania visto contro il Cosenza ha avuto il merito di occupare con maggiore qualità gli ultimi metri, ma contro la Scafatese dovrà anche decidere quanto concedere alle proprie spalle quando porterà uomini in avanti.
Perché costringere i campani bassi potrebbe togliere loro ossigeno.
Lasciare campo agli esterni, invece, potrebbe significare invitarli esattamente nella situazione che cercano.
Longo, il riferimento che apre gli spazi
Uno degli uomini da osservare con maggiore attenzione è Salvatore Longo.
Non necessariamente perché debba essere lui a concludere ogni azione.
Anzi.
Contro la Casertana il suo lavoro è stato particolarmente utile proprio lontano dalla porta: protezione del pallone, sponde, capacità di far salire i compagni e partecipazione alle transizioni.
Nell’azione del vantaggio, Novella combina con Manzi, trova Longo e riceve immediatamente il pallone di ritorno prima di battere De Lucia con un destro a giro.
È un movimento semplice soltanto in apparenza.
Se il centrale segue Longo, può aprirsi spazio alle sue spalle.
Se rimane in posizione, l’attaccante può ricevere e permettere alla squadra di risalire.
Per la retroguardia rossazzurra sarà quindi importante decidere quando rompere la linea e quando, invece, lasciare che sia il centrocampo ad accorciare.
Un dettaglio.
Ma partite apparentemente semplici vengono spesso complicate proprio dai dettagli.
E poi c’è Volpicelli
Qui il discorso cambia.
Perché Emilio Volpicelli rappresenta una soluzione differente.
A Caserta non è partito titolare. È entrato al 53’ e al 90’ ha trovato il pallone del definitivo 2-2, anticipando tutti sulla respinta di De Lucia.
Non è un nome nuovo per la Scafatese.
Nella scorsa stagione era già uno degli uomini offensivamente più importanti della formazione campana e nella poule scudetto contro il Savoia entrò dalla panchina realizzando addirittura una doppietta nel 4-1 del Giraud.
È mancino, può partire da destra e dispone di una soluzione che contro una difesa schierata può diventare particolarmente fastidiosa: rientrare verso il centro per cercare direttamente la conclusione.
Ma la sua presenza pone soprattutto un interrogativo.
Facciolo lo utilizzerà nuovamente come arma da introdurre quando gli spazi cominceranno ad aumentare?
Oppure al Massimino deciderà di affidargli immediatamente una maglia?
Non è una differenza da poco.
Il centrocampo: meno appariscente, molto importante
Proia, Tripi e Toscano hanno composto la mediana vista contro la Casertana.
Non è necessariamente il reparto destinato a catturare maggiormente l’occhio, ma è quello sul quale poggia buona parte dell’equilibrio.
Tripi ha lavorato soprattutto nel recupero e nella gestione del possesso; Toscano ha garantito copertura e pulizia nella distribuzione, mentre Proia ha accompagnato maggiormente l’azione.
Contro il Catania questa zona potrebbe assumere un’importanza ancora maggiore.
Longo ha appena trovato nel 4-2-3-1 e nella posizione di Cavuoti tra le linee una soluzione capace di creare problemi al Cosenza.
La domanda, allora, diventa quasi inevitabile.
Chi prenderà Cavuoti se Longo dovesse riproporlo in quella posizione?
Far uscire uno dei centrocampisti significherebbe lasciare spazio alle sue spalle.
Tenere la linea più bassa potrebbe invece consentire al trequartista rossazzurro di ricevere e girarsi.
È probabilmente uno dei duelli tattici che meritano maggiore attenzione.
Dove la Scafatese può soffrire
Fin qui abbiamo raccontato ciò che può rendere insidiosa la squadra campana.
Ma esiste inevitabilmente l’altra faccia della medaglia.
La Scafatese ha subito sette gol nelle prime tre giornate: tre dal Giugliano, due dal Picerno e due dalla Casertana.
E la gara del Pinto ha mostrato perfettamente il paradosso.
Un primo tempo aggressivo, ricco di occasioni e chiuso in vantaggio.
Poi, nella ripresa, la Casertana ha aumentato il ritmo e in nove minuti ha ribaltato la partita: rigore di Manconi al 58’, ancora Manconi al 67’.
Lo stesso staff gialloblù ha riconosciuto che la squadra era rientrata dagli spogliatoi con minore brillantezza e che già sul finire del primo tempo aveva cominciato a soffrire maggiormente sulle corsie esterne.
Ed eccolo, forse, il punto che il Catania dovrà provare a forzare.
Muovere rapidamente il pallone da una fascia all’altra.
Costringere gli esterni della Scafatese a rincorrere.
Attaccare lo spazio che si crea quando il primo pressing viene superato.
Perché una squadra che vuole venirti a prendere alta inevitabilmente concede qualcosa dietro la pressione.
La questione è riuscire ad arrivarci.
Una neopromossa, ma non una squadra costruita per partecipare
C’è inoltre un elemento che la classifica delle prime tre giornate rischia di far dimenticare.
Questa Scafatese arriva da una stagione dominante.
Ha conquistato la promozione dalla Serie D e successivamente anche lo Scudetto di categoria, chiudendo la poule tricolore con un clamoroso 6-0 contro il Vado.
Il salto di categoria si sta facendo sentire — lo stesso staff ha parlato delle difficoltà iniziali nell’impatto con la Serie C — ma all’interno della rosa sono rimasti diversi giocatori abituati a vincere insieme.
Volpicelli, Palmieri, Suhs e altri elementi conoscono già perfettamente determinati automatismi.
Facciolo non sta quindi prendendo in mano un gruppo completamente estraneo a se stesso.
Sta cercando di modificare una squadra che possiede già memoria.
Ed è una differenza importante.
La trappola del Massimino
Il Catania arriverà a sabato con una sensazione che appena una settimana fa sembrava lontanissima.
Entusiasmo.
Il 4-0 contro il Cosenza ha restituito fiducia, gol e soprattutto la possibilità di lavorare senza il peso soffocante delle quattro sconfitte consecutive.
Ed è proprio qui che la partita potrebbe diventare più delicata.
Perché il rischio maggiore sarebbe interpretare la classifica della Scafatese come una promessa di ciò che accadrà al Massimino.
Non lo è.
La squadra campana ha già rimontato due reti al Giugliano.
A Caserta ha sbagliato un rigore, è passata in vantaggio, ha costruito occasioni per raddoppiare, si è ritrovata sotto e al novantesimo ha trovato comunque il 2-2.
È ancora fragile.
Ma non sembra fragile psicologicamente.
E forse è questa la distinzione più importante.
Catania-Scafatese potrebbe decidersi qui
Longo avrà presumibilmente una scelta.
Provare ad aggredire immediatamente una squadra ancora alla ricerca della propria identità, sfruttando il Massimino e l’onda emotiva del 4-0.
Oppure accettare qualche minuto di studio, aspettando che sia la Scafatese a mostrare quanto davvero avrà il coraggio di alzarsi.
Entrambe le strade hanno una logica.
Entrambe nascondono un rischio.
Perché se il Catania riuscirà a superare la prima pressione, alle spalle del 4-3-3 campano potrebbero aprirsi gli spazi nei quali Cicerelli, Lunetta e soprattutto Cavuoti possono fare male.
Ma se saranno i rossazzurri a perdere palloni nella prima costruzione, la verticalità vista a Caserta potrebbe trasformare una partita apparentemente controllabile in qualcosa di molto più sporco.
E allora, forse, il vero interrogativo di sabato non è se il Catania sia più forte della Scafatese.
Sulla carta, la risposta sembra fin troppo semplice.
La domanda interessante è un’altra:
il Catania visto contro il Cosenza è già abbastanza maturo da vincere anche una partita nella quale, per la prima volta dopo settimane, tutti si aspettano che vinca?
È lì che potrebbe nascondersi la trappola.
E soltanto sabato sapremo se Longo l’avrà vista arrivare.
