Quattro gol fanno rumore. Ma non sempre raccontano tutto.
Il Catania che ha travolto il Cosenza al Massimino ha certamente trovato la prima vittoria della stagione. Ha ritrovato entusiasmo, fiducia e una notte finalmente serena dopo settimane nelle quali ogni partita sembrava aggiungere una domanda alla precedente.
Eppure, a distanza di qualche giorno, il dato forse più interessante non è più il 4-0.
È come ci sia arrivato.
Le parole pronunciate oggi al Massimino da Nicolò Cavuoti, Emanuele Torrasi e Andrea Vallocchia aiutano infatti a leggere sotto una luce differente quanto visto sul terreno di gioco. Tre centrocampisti, tre caratteristiche diverse e soprattutto tre possibili interpretazioni di una zona del campo sulla quale Emilio Longo sembra aver cominciato a intervenire in maniera significativa.
Non sappiamo ancora se quella vista contro il Cosenza diventerà la veste abituale del Catania.
Sappiamo, però, che qualcosa è cambiato.
Cavuoti e quella libertà che mancava
La prima novità ha il volto di Nicolò Cavuoti.
Contro il Cosenza Longo gli ha consegnato una porzione di campo nella quale la posizione conta probabilmente meno della capacità di interpretarla. Alle spalle dell’attaccante, Cavuoti ha potuto muoversi, abbassarsi, cercare il pallone e occupare gli spazi lasciati liberi.
Ed è interessante che sia stato proprio il calciatore a descrivere una predisposizione di questo tipo.
Cavuoti ha raccontato di amare la possibilità di muoversi per il campo e andare alla ricerca del pallone, soffermandosi anche sulle sensazioni dell’esordio al Massimino e sugli applausi ricevuti al momento della sostituzione.
Non è ancora al massimo.
Lo ha ammesso lui stesso, ricordando una stagione precedente nella quale ha trovato poco spazio e spiegando di avere ancora bisogno di lavorare per raggiungere la migliore condizione.
Ma Longo non ha aspettato.
Gli ha dato fiducia immediatamente.
E probabilmente non è casuale.
Perché nelle prime uscite stagionali il Catania aveva mostrato una certa difficoltà proprio quando la partita chiedeva di uscire dagli schemi, trovare qualcuno tra le linee e creare una soluzione che non fosse già leggibile dall’avversario.
Cavuoti può diventare quell’elemento.
Non necessariamente un trequartista nel significato più tradizionale del termine. Piuttosto un giocatore al quale concedere la libertà di trovare il posto nel quale fare male.
Torrasi e il calcio che comincia qualche metro più indietro
Se Cavuoti può aiutare il Catania ad accendere qualcosa negli ultimi metri, Emanuele Torrasi racconta un’esigenza differente.
Il pallone deve arrivarci bene, negli ultimi metri.
Torrasi si definisce un centrocampista duttile. Nel corso della carriera ha occupato più posizioni e individua con chiarezza le caratteristiche che può mettere al servizio della squadra: pulizia nella gestione del pallone, capacità di far partire l’azione e lettura tattica.
Parole che sembrano quasi descrivere ciò di cui il Catania aveva bisogno nelle precedenti apparizioni.
Contro il Cosenza la costruzione è apparsa meno macchinosa. Le distanze più razionali. Il pallone ha viaggiato con maggiore naturalezza e, soprattutto, la squadra ha dato l’impressione di sapere con maggiore frequenza dove cercare la giocata successiva.
Ma Torrasi introduce anche una precisazione importante.
Sarebbe troppo semplice attribuire tutto al cambio di disposizione.
Secondo il centrocampista, rispetto alle partite precedenti, il Catania è stato soprattutto più determinato.
Ed è forse la considerazione più importante dell’intera conferenza.
Perché un allenatore può spostare una pedina di dieci metri, aggiungere un uomo tra le linee o modificare le uscite in costruzione.
Non esiste modulo, però, capace di sostituire intensità, aggressività e convinzione.
Il 4-0 nasce probabilmente dall’incontro delle due cose.
Poi Vallocchia dice qualcosa che merita attenzione
Ed è qui che il discorso diventa ancora più interessante.
Andrea Vallocchia è arrivato per ultimo e deve inevitabilmente recuperare terreno dal punto di vista atletico. Prima di firmare con il Catania si era allenato individualmente e oggi non nasconde di non avere ancora nelle gambe i novanta minuti.
Ma quando il discorso si sposta sul ruolo, arriva un’indicazione che vale la pena conservare.
Vallocchia nasce mezzala.
Negli ultimi anni, però, ha imparato a giocare anche in un centrocampo a due.
E non parla di quella soluzione come di qualcosa di estraneo alle proprie caratteristiche. Al contrario: spiega di sentirsi ormai abituato a interpretarla e di poter occupare più posizioni all’interno della mediana.
Il collegamento con quanto visto contro il Cosenza viene quasi naturale.
Non significa che Longo abbia improvvisamente cancellato il centrocampo a tre dalla propria lavagna.
Significa qualcosa di probabilmente più importante.
Adesso può scegliere.
Forse il vero cambiamento è proprio questo
Per settimane abbiamo discusso del modulo di Emilio Longo quasi come se dovesse esisterne necessariamente uno.
Un sistema da individuare, scegliere e difendere.
Il Cosenza potrebbe aver suggerito una prospettiva diversa.
Il Catania può avere più di una forma.
Lo stesso Longo, dopo il 4-0, ha parlato della possibilità di adottare scelte strategiche differenti in funzione dell’avversario. Ciò che pretende di mantenere non è necessariamente la disposizione degli uomini sulla lavagna, quanto l’identità della squadra.
Ed ecco perché le caratteristiche dei nuovi diventano particolarmente interessanti.
Cavuoti può giocare tra le linee.
Torrasi può dare ordine e qualità alla prima costruzione.
Vallocchia nasce mezzala ma conosce ormai perfettamente le dinamiche della mediana a due.
Tre giocatori che non obbligano Longo a scegliere una sola strada.
Gli permettono, semmai, di cambiarla.
Il 4-0, allora, va guardato diversamente
Il rischio dopo una vittoria così larga sarebbe quello di considerare risolti problemi che fino a pochi giorni prima apparivano enormi.
Sarebbe prematuro.
Una partita non cancella le precedenti e non garantisce quelle successive.
Ma può lasciare degli indizi.
Contro il Cosenza il Catania è sembrato più corto, più aggressivo, più libero nella trequarti e meno prevedibile nella gestione del pallone. Oggi, ascoltando chi quel centrocampo dovrà interpretarlo nei prossimi mesi, alcuni di quegli indizi sembrano trovare una spiegazione.
C’è poi un ultimo elemento.
Vallocchia ha ribadito la fiducia del gruppo nel lavoro di Longo. Torrasi ha spostato l’attenzione dal modulo all’atteggiamento. Cavuoti ha raccontato la fiducia ricevuta immediatamente dall’allenatore.
Tre discorsi differenti che finiscono nello stesso punto.
Forse il Catania non ha trovato il modulo.
Forse ha cominciato a trovare qualcosa di più importante: giocatori che permettono all’allenatore di non dipendere da uno solo.
Il 4-0 ha mostrato che questa squadra può giocare in maniera diversa da come l’avevamo vista fino a quel momento.
Adesso arriva la parte difficile.
Capire se abbiamo assistito alla soluzione di una sera oppure alla prima pagina del Catania che Longo aveva in mente fin dall’inizio.
