Domani sera il Catania sarà regolarmente in campo.
La squadra partirà, raggiungerà Bari, entrerà nello spogliatoio e giocherà la sua partita contro il Monopoli.
C’è però qualcuno che quel viaggio non potrà farlo.
Non perché abbia scelto di restare a casa.
Non perché non abbia trovato un biglietto.
E nemmeno perché abbia fatto qualcosa.
Semplicemente, non può partire.
Ed è proprio da qui che nasce una domanda molto più grande della partita di domani.
Una trasferta che non esiste
Per tanti tifosi il calcio non finisce al Massimino.
C’è chi aspetta il calendario per organizzare un weekend. Chi prende ferie. Chi sale su un pullman nel cuore della notte. Chi macina centinaia di chilometri per novanta minuti e poi torna indietro.
Domani, invece, niente di tutto questo.
Il settore ospiti non potrà trasformarsi in quel piccolo pezzo di Catania che normalmente accompagna la squadra lontano dalla Sicilia.
La ragione è nota: il lungo divieto di trasferta imposto alla tifoseria rossazzurra dopo gli incidenti legati alla sfida playoff contro il Lecco.
Fin qui, apparentemente, nulla da discutere.
Ci sono stati degli incidenti. Sono arrivati dei provvedimenti.
Fine della storia?
Forse è proprio qui che la storia comincia.
Perché c’è un dettaglio che cambia la prospettiva
Quando si parla di scontri tra tifoserie, la reazione più naturale è semplice:
“Chi sbaglia paga.”
Ed è difficile essere in disaccordo.
Se una persona commette un reato, deve assumersene la responsabilità.
Se qualcuno trasforma una partita in un’occasione per cercare lo scontro, è giusto che ne risponda.
Ma cosa succede quando a pagare non è soltanto chi era presente?
Cosa succede quando la conseguenza raggiunge anche chi quel giorno era a centinaia di chilometri di distanza?
È qui che la vicenda cambia completamente significato.
Perché domani resterà a casa anche chi a Lecco non c’era.
Resterà a casa chi non ha mai partecipato a uno scontro.
Resterà a casa chi magari avrebbe voluto portare suo figlio a vedere il Catania.
E improvvisamente la domanda non riguarda più soltanto gli ultras.
Riguarda tutti.
Ma cosa accadde davvero a Lecco?
C’è un altro punto che rende la vicenda ancora meno semplice di quanto sembri.
Gli incidenti non nacquero sugli spalti durante una partita.
Le prime ricostruzioni riportate dalla stampa raccontarono di un gruppo di sostenitori rossazzurri raggiunto da tifosi avversari lontano dallo stadio, prima che la situazione degenerasse nella colluttazione.
Le responsabilità individuali spettano alle indagini e non è questo il luogo per emettere sentenze.
Ma una domanda rimane inevitabile.
Se la dinamica non è quella di una tifoseria che parte deliberatamente per cercare lo scontro, può essere valutata esattamente allo stesso modo?
E soprattutto: quanto deve pesare quella dinamica nella scelta della sanzione?
È qui che compare una parola scomoda.
Proporzionalità.
Perché non tutte le sanzioni sembrano uguali
Basta seguire il calcio italiano per rendersene conto.
Incidenti tra tifoserie non sono purtroppo un’esclusiva della Serie C.
Succedono in Serie A.
Succedono in Serie B.
Succedono sulle autostrade, nelle stazioni, fuori dagli stadi.
E anche negli ultimi mesi sono arrivate sanzioni pesantissime per diverse tifoserie.
Quindi sarebbe troppo facile scrivere che “al Catania vietano tutto mentre agli altri non succede niente”.
Non sarebbe vero.
Ma allora il problema diventa ancora più interessante.
Perché alcune tifoserie ricevono alcune giornate di stop?
Perché per altre il divieto dura mesi?
Quali elementi determinano la differenza?
Conta il numero delle persone coinvolte?
Conta chi ha iniziato?
Conta dove sono avvenuti gli incidenti?
Conta la recidiva?
Conta il rischio che possano verificarsi nuovi episodi?
Probabilmente esistono criteri precisi utilizzati dalle autorità.
Ma c’è una domanda che rimane aperta per chi osserva tutto questo da fuori:
quei criteri sono davvero percepibili e comprensibili allo stesso modo in tutti i casi?
Perché quando non lo sono nasce inevitabilmente un sospetto.
Quello dei famosi due pesi e due misure.
E se il problema fosse proprio il modo in cui puniamo?
Qui il discorso diventa delicato.
Perché difendere il diritto di un tifoso a seguire la propria squadra non significa giustificare la violenza.
Sono due cose completamente diverse.
Si può condannare uno scontro e contemporaneamente chiedersi se sia corretto impedire a migliaia di persone estranee a quell’episodio di partire per mesi.
Anzi, forse la vera domanda dovrebbe essere un’altra.
Se oggi esistono telecamere, sistemi di identificazione, DASPO, indagini e strumenti per individuare i responsabili, quanto ha ancora senso colpire indistintamente un’intera tifoseria?
E qui il tifoso che fino a questo momento pensava:
“È un problema degli ultras”
potrebbe iniziare a cambiare idea.
Perché domani potrebbe essere lui quello lasciato a casa.
Gli ultras sono davvero il centro del problema?
Quando si parla di curva, il dibattito diventa immediatamente estremo.
O vengono romanticizzati.
Oppure vengono descritti come il male assoluto del calcio.
Forse entrambe le letture sono troppo semplici.
Le curve sono quelle delle coreografie che riempiono fotografie e televisioni.
Sono quelle che seguono una squadra anche quando perde.
Sono quelle che spesso continuano a cantare quando tutto il resto dello stadio ha smesso.
Ma possono essere anche il luogo in cui nascono comportamenti che oltrepassano il confine del tifo e diventano qualcosa che con il calcio ha poco a che fare.
Le due cose non si annullano.
Possono convivere.
E proprio per questo non serve difendere qualcuno a prescindere.
Serve fare qualcosa di molto più difficile:
distinguere.
Distinguere chi canta da chi cerca uno scontro.
Chi viaggia per seguire il Catania da chi utilizza quella trasferta per altro.
Chi commette un reato da chi era semplicemente sullo stesso pullman, nella stessa città o addirittura a casa.
E allora torniamo inevitabilmente al punto di partenza.
Domani chi viene davvero punito?
Domani il Catania giocherà.
Il pallone comincerà a rotolare.
Ci saranno undici uomini con la maglia rossazzurra in campo.
Ma da qualche parte, a Catania, ci sarà qualcuno seduto davanti a uno schermo che probabilmente avrebbe preferito trovarsi a Bari.
Magari non ha mai ricevuto un DASPO.
Magari non è mai entrato in una rissa.
Magari non conosce neppure personalmente qualcuno coinvolto negli incidenti di Lecco.
Eppure la conseguenza di quella notte raggiunge anche lui.
È questo il punto che forse merita più attenzione di tutti.
Perché quando un provvedimento nasce per garantire sicurezza, il suo obiettivo dovrebbe essere impedire a chi rappresenta un rischio di provocare nuovi problemi.
Ma quando lo stesso provvedimento impedisce di partire anche a chi non rappresenta alcun rischio, la questione diventa inevitabilmente più complessa.
Ed è qui che arriviamo alla domanda che abbiamo rimandato dall’inizio.
Il metro è davvero uguale per tutti?
Non abbiamo gli strumenti per stabilire che esista volontariamente una disparità di trattamento.
E non avrebbe senso trasformare questa riflessione in un processo alle istituzioni.
Ma abbiamo tutto il diritto di porre una domanda sulla proporzionalità.
Perché sicurezza e libertà di seguire la propria squadra non dovrebbero essere necessariamente due concetti incompatibili.
Chi sbaglia deve pagare.
Su questo difficilmente può esserci discussione.
Ma dovrebbe pagare chi sbaglia.
Non chi ha lo stesso colore della sciarpa.
Non chi vive nella stessa città.
Non chi occupa lo stesso settore dello stadio.
Non chi avrebbe soltanto voluto prendere un treno, un aereo o un pullman per seguire il Catania.
Domani la squadra partirà.
Migliaia di suoi tifosi no.
E forse la questione più importante non è chiedersi semplicemente quanto durerà ancora questo divieto.
È domandarsi cosa dovrà accadere, in futuro, perché il calcio italiano riesca davvero a separare chi crea un problema da chi vuole soltanto esserci.
Perché fino ad allora continueremo a raccontare trasferte in cui manca qualcosa.
O meglio, manca qualcuno.
La squadra sarà lontana da casa. Il suo popolo, invece, sarà costretto a restarci.
